Abstract
Prendete Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio, Montale e tanti altri “mostri sacri” della storia della poesia italiana e “traduceteli” in romano, anzi in romanesco. Non soltanto per quanto riguarda la lingua, ma anche per l’umore, l’atmosfera, i luoghi, le suggestioni che diventano quelle proprie di Roma e della sua cultura. L’operazione è coraggiosa, ma soprattutto rischiosa. Arcioni la porta a termine con grande arte e raffinata misura, dimostrando di avere sensibilità e cultura per potersela permettere. E’ così che Paolo e Francesca peccano sul lago di Bracciano, il pineto dannunziano si sposta dalle parti di Frattocchie de Marino e la leopardiana quiete dopo la tempesta diventa “er quietovive doppo er temporale”, con un tocco di magia che rende tutto altrettanto spontaneo e poetico degli originali.
Alessandro Manzoni, "Dar Carmagnola": Senti a destra uno squillo de tromma / a sinistra arisponne un comanno / tutta quanta la tera arimbomma / de cavalli che vanno zompanno, / de carette, sordati e dragoni / regolati da du' pizzardoni...
L'Autore
Alberto Arcioni, nato a Spoleto (Perugia), vive da sempre a Roma.
Laureato in Medicina, oltre ad una ventennale attività negli Ospedali Riuniti di Roma, ha ricoperto importanti incarichi nel C.O.N.I.
E’ stato redattore della rivista Studi di Medicina dello Sport.
E’ socio dell’Associazione dei Medici Scrittori Italiani e dell’Unione Lettori Italiani.
Studioso dai molteplici interessi, ha collaborato a varie riviste, periodici e quotidiani. Ha vinto numerosi premi letterari.
Eventi
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